LIBERI ERETICI MALEDETTI |
- Atene: Rivendicazione di una serie di incendi in solidarietà con la compagna imprigionata Stella Antoniou
- Fenomenologia del DD (Dialogaiuolo Democratico)
- Giovanni Passannante [19/2/1849 - 14/2/1910]
- Notte di blocchi, idranti e lacrimogeni in Val Susa
- Un tempo gli anarchici volavano giù dalle finestre, ora dai tralicci. Stavolta è difficile perdonare.
- Incendio all'Ilva di Taranto: le foto
Posted: 28 Feb 2012 09:07 AM PST da contrainfo.All’alba di giovedì 23 febbraio, abbiamo attaccato vari obiettivi in cinque aree differenti di Atene: - Bancomat della National Bank of Greece a Thymarakia - Bancomat della Marfin bank a Palaio Faliro - Un veicolo del giornale Free Sunday, dell’editore Giorgos Kyrtsos, a Ilioupoli - 4 bancomat a Ano Petralona (due della National Bank, uno della Piraeus bank, uno della Millennium bank) - Una sede del Ministero della Cultura a Exarchia Dedichiamo questi attacchi alla compagna anarchica Stella Antoniou, che è incarcerata nella prigione femminile di Koridallos dal 4 dicembre 2010, originariamente accusata di partecipazione in un’organizzazione terrorista sconosciuta, accusa che presto diventò partecipazione nella Cospirazione delle Cellule di Fuoco, secondo gli astratti scenari dell’unità antiterrorista della polizia. La verità è che Stella è accusata per la sua posizione combattiva contro lo Stato ed il Capitale. Mantiene questa posizione combattiva fino ad oggi, dentro le mura della prigione, partecipando attivamente alle lotte di massa dei reclusi, così come con la sua presenza nei problemi della vita quotidiana in carcere. Stella affronta gravi problemi di salute cronici, che rendono il suo rilascio immediato, ed un suo regolare monitoraggio da parte dei dottori imperativo, qualcosa che è impossibile che succeda in quello che è chiamato in maniera eufemistica ospedale della prigione di Koridallos. La posizione delle autorità dell’accusa, attraverso la ripetuta respinta delle sollecitazioni per il suo rilascio, mostra la natura vendicativa dello Stato contro le persone che ancora combattono; contro tutti coloro che né abbassano la loro testa, né accettano l’oppressione e la miseria imposte dal Potere dominante. Nei nostri tempi, quando le ineguaglianze classiste diventano palesi nella pratica, colpendo sempre più strati sociali, noi progettiamo la solidarietà di classe tra i combattenti, la creazione di tumuli contro i piani del dominio, la rivoluzione sociale come unica via d’uscita verso la liberazione delle nostre vite. Mandiamo i nostri saluti militanti all’anarchica Stella Antoniou e chiediamo il suo rilascio immediato SOLIDARIETA’ CON ALEXANDROS MITROUSSIAS, KOSTAS SAKKAS E GIORGOS KARAGIANNIDIS, ACCUSATI PER LO STESSO CASOFonte: Athens Indymedia - Traduzione ParoleArmate |
Posted: 28 Feb 2012 08:56 AM PST da http://ekbloggethi![]() Se proprio devo scegliere tra degli infami, preferisco sempre quelli che lo sono apertis verbis, senza ripensamenti, organici, schierati chiaramente. Per questo non parlo mai, ad esempio, di quel che scrivono sul Giornale o su Libero; oppure, che so io, di uno come Giovanardi. So esattamente che cosa aspettarmi, e non c'è altro da dire se non che obbediscono con minore ipocrisia al loro compito e alla loro vocazione di servi. Gli infami che mi fanno più schifo, dato che assommano in sé i massimi gradi sia dell'infamia che dell'ipocrisia, sono altri; in questi giorni imperversano. Cadendo da quel traliccio dell'alta tensione, Luca Abbà -se mai ce ne fosse stato il bisogno- li ha definitivamente messi a nudo. Il lessico della lingua italiana imporrebbe di chiamarli dialogatori; sono quelli che, di fronte agli eventi e a una lotta che si sta facendo sempre più vasta e dagli orizzonti sempre più dilatati (come dire: una stretta valle che si sta trasformando in un oceano), non hanno neppure il coraggio di mettersi decisamente da una parte, e di tenerla. Non so se sarà un caso (forse che sí, forse che no), ma almeno in gran parte hanno a che fare col "Partito Democratico". Da qui l'appellativo siglato di DD (Dialogaiuoli Democratici) che ho loro affibbiato. Il genius della lingua toscana permette spesso di questi usi dileggiatori dei suffissi formativi, di modo che un dialogatore di siffatta consistenza possa essere opportunamente riportato alla sua più intima natura. Nominarli come dialogatori potrebbe far pensare ai dialoghi platonici, mentre qui stiamo discorrendo di volgari puzzoni, di ròiti in cravatta, di mentitori in affitto, di pedine su scacchiere sporche di sangue. Il termine creato di dialogaiuoli soccorre perfettamente all'uopo. A costo d'essere ripetitivo, ma è una ripetizione corroborata da' fatti, la corona e il blasone del Principe de' Dialogaiuoli Democratici spetta a lui, a Gian Carlo Caselli. Costui riassume in sé tutte le più fulgide virtù del DD, un paradigma vivente; le sue dichiarazioni di ieri, 27 febbraio 2012, a Repubblica pongono veramente le basi di una nuova disciplina: la Fenomenologia del Dialogaiuolo Democratico. Ascoltiamole nella sua interezza, con l'avvertenza che potrebbero avere effetti emetici incontrollabili sulle persone soggette a tale tipo di reazione fisiologica: I capisaldi del DD sono tutti perfettamente espressi nella breve intervista a questo personaggino. 1) Captatio sinceritatis: Lui si esprime con assoluta sincerità, è sinceramente dispiaciuto, si augura sinceramente, auspica il dialogo sincero. Un autentico delirio di sincerità quale si riscontra regolarmente nelle bocche dei più cronici bugiardi. Afferma che il dramma personale di Luca Abbà (un dramma personale "leggermente" aiutato da un rocciatore della polizia che gli era stato messo alle calcagna, verrebbe da far presente) è un prezzo troppo alto da pagare e privo di significato; per il Caselli, evidentemente, i prezzi che invece possono essere pagati e che hanno un significato sono a base della galera che distribuisce a piene mani a coloro che si oppongono alla TAV. La sua preoccupazione è che non si innalzi la tensione, senza però mai chiedersi chi la innalzi veramente, spingendo magari un militante che sta scappando verso un traliccio caratterizzato da una tensione altissima. Perché, se non fosse salito su quel traliccio, Luca Abbà avrebbe certamente dovuto pagare il giusto prezzo di una scarica di botte e, chissà, di un arresto; cose che, per il Caselli, non sono drammi personali. Così come non lo è il fatto che, una volta caduto da quindici metri, Luca sia stato fatto rimanere a terra dalla polizia, senza far avvicinare i soccorritori. 2) Si vis pacem para bellum. Ascoltare il Caselli quando, accoratamente, parla della manifestazione pacifica di sabato scorso che faceva ben sperare equivale a un'istigazione a delinquere. La manifestazione di sabato era stata convocata esattamente in risposta ai suoi arresti, e la sua pacificità era stata raccomandata dagli organizzatori che desideravano una risposta numerica imponente (che c'è stata). Al contempo, lo Stato preparava il blitz di ieri. La manifestazione non era ancora del tutto terminata, quando già le autocolonne di blindati di Polizia e Carabinieri stavano salendo in Valsusa per l'occupazione militare della Clarea. Il DD è sempre per la pace, per la legalità, per la bassa tensione; così può, da un lato, perpetrare tutti i suoi compiti di servizio repressivo senza essere eccessivamente disturbato (e permettendo una "valvola di sfogo" che non si stanca mai di raccomandare con le buone o con le cattive) e, dall'altro, atteggiarsi a sincero democratico che protegge il buon oppositore da quelli cattivi. Al Caselli dev'essere sfuggita l'assunzione collettiva di responsabilità che è stata la cosa più importante della manifestazione di sabato, espressa persino da alcuni amministratori locali. La preoccupazione vera dei Caselli non è né la salute del militante, né lo svolgimento delle manifestazioni: è garantire un clima adatto e ben regolato per la devastazione della Valsusa. 3) Cupiditas dialogi. Punto nodale. Ci dev'essere sempre il dialogo. Però non si sa mai bene in che cosa consista, o meglio lo si sa benissimo ma non lo si dice mai. Chiamasi dialogo, per il DD (e per l'intero Partito Democratico cui Caselli fa notoriamente riferimento), quella condizione in cui tutto viene ricondotto a inutili chiacchiere istituzionali che permettono, giustappunto, l'instaurazione del clima pacifico, anodino e totalmente vuoto, che presiede al mantenimento dello status quo e alla prosecuzione degli interessi economici e politici di cui egli è ubbidientissimo portatore. E', del resto, una condizione comunissima e planetaria: si pensi, ad esempio, al famoso ed eterno dialogo di pace israelo-palestinese, il quale sussiste però esclusivamente a condizione che nulla venga toccato delle prerogative di Israele, oppure al dialogo sul disarmo atomico per il quale la bomba H ce la possono avere soltanto alcuni, mentre ad altri sarebbe severamente vietato. Così funziona anche in Valsusa: il dialogo sarebbe l'arma principale per realizzare tranquillamente il tunnel in santa pace, come è avvenuto nel sano Mugello ridotto a un colabrodo. Si dialoga e si scava. Si dialoga e si seccano falde e torrenti. Si dialoga e si sbancano montagne intere. Si dialoga e si preparano bretelle Incisa-Barberino, varianti di valico e mega-autogrill. Si dialoga e la gente lo piglia sí completamente nel culo, ma dialogando. 4) Compensatio Casellii. La parte finale delle dichiarazione caselliane è, come dire, ecumenica. Questo signore, se non avesse fatto il magistrato, avrebbe potuto benissimo fare il papa. Dopo Iohannes Paulus II, Iohannes Karolus I. Dopo il dialogo e il confronto rispettoso (del tipo: "Ehi, Valsusino, ora ti esproprio il terreno, ti polverizzo la casa, ti bucherello la montagna, ti amiantizzo la toma e ti uraneggio la baita, però portami rispetto"), Caselli auspica (ma quanto auspicheranno, questi qui...?!?) che se alla valle qualcosa sarà tolto, le possa essere restituito altrettanto se non di più. La "compensazione futura" che non manca mai: in pratica, del tutto analoga al paradiso ne' cieli promesso dalle religioni dopo che esse hanno contribuito fattivamente alla creazione dell'inferno in terra. Sopporta cristianamente, Valsusino, ché un giorno ne avrai l'auspicata ricompensa. E dire che, tra i più accesi e duri NO TAV, di quelli disposti ad azioni a volte impensabili, ci sono parecchi cattolici con le rispettive comunità! Mi scuso con questa esposizione un po' prolungata, che consentirà però di liquidare un altro paio di DD con non molte parole. Il savio, sincero ed ecumenico Caselli è servito perfettamente a presentare le technicae irrumationis preventive, quelle che vengono messe in atto prima di ricorrere all'eliminazione di chi si rifiuta di starci. Il Dialogaiuolo Democratico deve, del resto, tenere sempre presente la sua base, perlomeno quella che non è del tutto convinta dalle grancasse mediatiche, dai micheliserra, dai piergiorgi odifreddi e da quant'altri. Deve cercare sempre di non scontentare eccessivamente chi si dimostra ancora restio, e deve mantenere la posizione di equilibrio sbilanciato tipica, non per dire, del Partito Democratico. Nel senso che il PD sta interamente da una parte, quella dei devastatori, dei repressori, dei mafiosi, dei potentati economici; però deve apparire possibilista, pronto al confronto, eccetera. Insomma, l'ipocrisia spinta al massimo grado, in questa congrega di orribili infami. Che possano scomparire dalla faccia della terra. Che siano inghiottiti da qualche voragine da loro creata per avidità e per servilismo. Con queste premesse, dicevo, è quasi possibile sorvolare sulla ministra Cancellieri, ministra dell'interno (altro nomen omen!), la quale pure invita caldamente al dialogo mentre comanda la truppa agitando spettri di infiltrazioni terroristiche al pari di Ezio Mauro, direttore della Gazzetta del Dialogo Democratico (alias Repubblica), che nel suo quotidiano intervento in video esprime il timore che la val di Susa rischi di diventare l'incubatrice del nuovo antagonismo violento. Parlano, questi, e raccomandano, pontificano, incarcerano, discutono, tirano giù dai tralicci, si arricchiscono, sbavano, tacciono, e sudano freddo senza essere visti. Non ci hanno mai messo piede, in Valsusa. Non sanno che tutto è già bell'e incubato, e che i loro sforzi e i loro dialoghi sono destinati a seppellirli. Non sanno, o forse lo sanno bene, i Dialogaiuoli Democratici con le mani luride, che saranno spazzati via. |
Posted: 28 Feb 2012 08:34 AM PST da finimondo![]() Ettore BartolozziLunedì 14 febbraio alle ore 10 ant. è deceduto per paralisi bronchiale, nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, Giovanni Passannante. I giornali quotidiani, dal Corriere della Sera all’Avanti!, dall’Avvenire d’Italia alla Vita, fanno seguire la notizia della morte da commenti per quello che fu l’avvenimento per il quale Giovanni Passannante fu condannato a morte. Fu il 17 novembre 1878 che Umberto di Savoia, reduce da un lungo viaggio attraverso l’Italia, era accolto dal popolo pecorilmente devoto in Napoli. La carrozza nella quale, oltre a Umberto, si trovavano la regina Margherita, il principino ed il transfuga Benedetto Cairoli, ministro dell’interno, percorreva quel tratto di strada che, per il largo Carriera Grande, conduce dalla stazione ferroviaria al Palazzo Reale, quando Giovanni Passannante, di Salvia in Basilicata, si lanciò verso la carrozza e tentò di colpire re Umberto con un pugnale che aveva nascosto fra le pieghe di una bandierina. La prontezza di Benedetto Cairoli salvò Umberto I da quel primo attentato. Il Passannante aveva allora 29 anni e faceva di professione il cuoco. Fu condannato a morte ma, graziato dal Re, fu rinchiuso nell’ergastolo dell’Isola d’Elba, presso Portoferraio, ove rimase circa 10 anni, nella Torre, che da lui prese il nome. La segregazione cellulare continua, le infamie che contro di lui si compirono, gli fecero smarrire la ragione ed allora fu tradotto nel manicomio criminale di Montelupo, ove è morto cieco e completamente pazzo. L’attentato di Passannante fu sfruttato dai reazionari di quell’epoca contro la fiorente Internazionale. Nell’atto di un singolo si volle vedere il complotto; e per dare consistenza agli armeggi della polizia, fu fatto passare il Passannante per anarchico, mentre non era che un repubblicano, e furono fatte scoppiare dalla polizia delle bombe addomesticate, ove più fiorenti erano le Sezioni dell’Internazionale, per poter avere il pretesto di fare degli arresti in massa, in onore e per la gloria della gloriosa stirpe sabauda. A Firenze la sera del 18 novembre, mentre una dimostrazione acclamante ai sovrani passava per via Nazionale, scoppiò una bomba all’Orsini che uccise e ferì diverse persone. Su testimonianza di creature della questura fu imbastito un processo che, malgrado fosse indiziario, e malgrado apparisse agli occhi d’ognuno parto della polizia, portò alla condanna di diversi Internazionalisti, fra i quali il Batacchi e lo Scarlatti a pene gravissime, che raggiunsero l’effetto sperato, cioè quello di sbandare l’Internazionale fiorentina. La figura di Giovanni Passannante, malgrado il giudizio del socialista Adolfo Zerboglio, riluce di luce propria e smentisce tutti coloro che, desiderosi di render servigi a coloro che ci comandano, vollero rimpicciolirla con il dichiarare essere il regicida un deficiente, squilibrato ed abbrutito. La migliore risposta che possiamo dare a questi sicari vecchi ruffianeggianti tutti con i poteri costituiti, è riportare integralmente quanto ebbero a dichiarare gli psichiatri Biffi e Tamburini, incaricati della perizia al processo: «Noi abbiamo esaminato attentamente le qualità psichiche del prevenuto e noi non vi abbiamo trovato nulla di anormale. L’attività produttiva della mente è in lui regolare; le espressioni di cui si serve non sono come comporterebbe la sua condizione sociale; le sue idee sono elevate e rivelano una cultura superiore. Le sue risposte denotano in lui una finezza ed una forza di pensiero non comune. Interrogato s’egli si credeva in diritto di fare violenza ai sentimenti della maggioranza, e di turbarne la tranquillità, ha risposto: La maggioranza che si rassegna è colpevole e la minoranza ha il diritto di resisterle. Alla nostra domanda come mai lui, povero cuoco, aveva la presunzione di volere scrivere degli opuscoli, rispose: Sovente gli ignoranti riescono là ove i sapienti inciampano. I sentimenti affettivi, quello del dovere soprattutto, sono in Giovanni Passannante pronunciatissimi. Lo studio della sua vita anteriore non ci ha rivelato neppure un atto di disonestà. Infine egli ha volontà ferma, parola sicura, tagliente, che riflette fedelmente il suo pensiero. Ha una fisionomia dolce, sorridente qualche volta, ed ha un comportamento energico. Interrogato se egli approvava che per la sua difesa lo si facesse passare per pazzo, rispose: Io non temo punto la morte; non voglio passare per pazzo; sacrifico volentieri la mia vita ai miei principi». Dalla perizia psichiatrica dei sig. Biffi e Tamburini apprendiamo che Giovanni Passannante non era un deficiente come vorrebbero far credere oggi i sicari della penna, ma possedeva un’intelligenza superiore alla media, che gli aveva permesso, a lui umile cuoco, di acquistare una cultura non comune fra la gente del popolo. Ebbene malgrado la sua bontà d’animo affermata dagli psichiatri, malgrado la sua illibatezza di costumi, malgrado la nobiltà dei sentimenti che lo avevano spinto a compiere l’attentato, non contro Umberto I, ma contro il tiranno, fu condannato a morte, e per crudeltà maggiore, salvato dal patibolo per farlo morire cento volte al giorno, nelle tetre segrete della Torre. C’è da inorridire al pensiero di come quest’uomo geniale, intelligente, di sana e forte costituzione fisica, abbia potuto perdere la ragione e la salute. C’è da inorridire pensando a quei dieci anni passati nel buio e nel silenzio di una tomba. Il cadavere di Giovanni Passannante si innalza oggi fremente di fronte ad una dama eternamente bionda che non conobbe altro che le raffinatezze crudeli della più abietta vendetta. Nessuno ha mai potuto illustrare le sofferenze di Giovanni Passannante. Quando le porti pesanti della sua tetra e fetida prigione si aprirono per lasciarlo passare onde trasportarlo al manicomio di Montelupo, da quella tomba non uscì che il corpo disfatto della povera vittima, la quale lasciava là dentro la parte sua migliore, il suo cervello pensante, la sua forza d’animo, la fede nell’Idea di fratellanza umana. Poche rivelazioni si ebbero sulla vita che il Passannante passò in carcere. L’unica persona che lo vide, l’on. Bertani, ne fa un quadro raccapricciante. Saverio Merlino ne parla nel suo libro L’Italie telle qu’elle est in questo modo: «Per due anni e mezzo Passannante restò sepolto in una completa oscurità, in una cella situata al di sotto del livello dell’acqua, e là sotto l’azione combinata dell’umidità e delle tenebre il suo corpo spogliò di ogni pelo, si scolorì e si gonfiò in una guisa pietosa. Più tardi lo si fece montare per scale segrete e oscure, senza ch’egli vedesse un lembo di cielo, a una cella superiore. Là egli restò rinchiuso giorno e notte senza interruzione. Il guardiano che lo guardava a vista, aveva l’ordine espresso di non mai rispondere alle sue domande, fossero anche le più urgenti e le più indispensabili. È inutile dire ch’egli non riceveva mai né lettere, né visite. Bertani fu il solo che riuscì a forzare la consegna. Dopo otto giorni d’insistenza, di minacce e di dispacci col ministero, ottenne un permesso, che era stato sempre rifiutato a degli stranieri eminenti, ed anche all’arcivescovo di Portoferraio. Ma egli doveva guardare il prigioniero da un buco della porta e alla condizione assoluta di non parlare, perché il prigioniero non doveva accorgersi della presenza d’un visitatore. Dopo un certo tempo, necessario ad abituare l’occhio alle tenebre, Bertani poté discernere alla debolissima luce di una lanterna situata nell’interno della cella la figura di Passannante ridotto in una condizione raccapricciante. Le sue membra erano gonfie, il suo viso cereo, egli giaceva su un tavolaccio ed emetteva dei rantoli tenendo sollevata con una mano una grossa catena di 18 chili ch’egli non poteva sopportare in altro modo data l’estrema sua debolezza. Il disgraziato mandava delle grida strazianti, che i marinai dell’isola sentivano sempre con grande emozione; come i detenuti della prigione S. Francesco di Napoli avevano sentito le sue grida d’angoscia, quando lo si torturava, prima, durante e dopo il processo, per fargli confessare il nome dei presunti complici, ch’egli non aveva avuto. Simile orrendo trattamento spezzò la sua fibra robusta; egli impazzì, si ridusse a tal punto da mangiare i propri escrementi! Solo allora il governatore dell’isola si commosse e temendo peggio (come se potesse darsi una cosa peggiore di quella rovina!) si decise a trasferire la povera vittima al manicomio provinciale di Montelupo». E malgrado tutto questo si ha l’audacia di dire che Giovanni Passannante ebbe salva la vita per la bontà del sovrano. Un delitto continuato 33 anni si è potuto compiere indisturbato nell’Italia libera ed indipendente, consenzienti le antiche vittime della tirannia austriaca, alleate agli sbirri, ai magistrati, ai carcerieri, uniti tutti per rendere quanto più dolorosa era possibile la vita a chi aveva sentita l’audacia allettante della libertà senza limite. Giovanni Passannante è morto. Ma dove egli passò tanti anni della sua vita, un’altra intelligenza va spegnendosi lentamente. Pietro Acciarito, la vittima dei Doria e dei Canevelli, deve essere strappata alla vendetta della vedova inconsolabile. I Rivoluzionari, gli Audaci, i Ribelli debbono in ogni modo agitarsi ed agitare, per la libertà di lui e di tutte le altre vittime che malgrado le amnistie burletta di questi ultimi tempi, rimangono a languire nelle segrete italiane. Possano i racconti delle infamie compiute contro Giovanni Passannante, Pietro Acciarito e Gaetano Bresci; le uccisioni dei Frezzi, dei d’Anrelo e dei cento altri risvegliare nell’animo delle plebi italiane il fuoco sacro della Vendetta e dell’Odio. [La Rivolta, Pistoia, anno I, n. 8 del 19 febbraio 1910 |
Posted: 28 Feb 2012 08:14 AM PST da notav |
Posted: 28 Feb 2012 08:06 AM PST da nuovasocieta.it/di Andrea Doi Conosco Luca Abbà da diversi anni, come in molti, che hanno attraversato i movimenti torinesi, conoscono il suo volto. Non bene da essere suo amico, ma quanto basta per due parole e un saluto. È una persona normale, non il leader come in tanti dicono(il solito vizietto italiano di mettere etichette) del movimento No Tav, ma un militante, di quelli più presenti. Uno dei molti che da decenni lottano contro la linea ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa. Secondo certi teoremi giudiziari Luca Abbà dovrebbe essere uno di quelli "buoni", altrimenti sarebbe finito dietro le sbarre durante l'ultimo blitz o negli atti della Procura. È un anarchico. Senza aggiungere aggettivi dopo questa parola, tipo "insurrezionalista", appartenente al "blocco nero" (italianizzazione dei famigerati black bloc). Non è un pazzo o un suicida. Oggi Alessandro Sallusti nel suo editoriale su "Il Giornale" dice che Abbà non è un eroe ma un "cretinetti" un "bullo", uno che "se l'è cercata e l'ha trovata". Poi Sallusti, dopo gli insulti augura che Luca possa riprendersi. Ecco: in un Paese normale il direttore de Il Giornale sarebbe stato già querelato, come di solito querela lui e i suoi quando uno osa dargli anche solo del "birichino". Tutto è concesso a chi spesso dimentica il valore del proprio mestiere per alimentare incendi in ambienti già belli caldi. Come "Libero" che ha messo in piedi un sondaggio dove si chiedeva ai lettori se Luca Abbà "se l'era meritata". Questo non è terrorismo mediatico? Se a cadere fosse stato Vittorio Feltri o Alessandro Sallustri e se un sito, Radio Black Out, Infoaut o un qualsiasi profilo facebook di movimento avesse organizzato il sondaggio "Feltri se l'è meritata?", beh scommetto i pochi euro che ho nel portafoglio che si sarebbe gridato al ritorno delle Brigate Rosse, ad un pericolo terroristico, alle bombe, etc.etc. Ma torniamo a Luca. Non è certo un bullo e tantomeno un cretinetti. Non se l'è cercata. Stava compiendo un'azione di disobbedienza su un traliccio. Voleva protestare contro gli espropri in atto, tra cui il suo terreno, che coltiva per vivere, come facevano i suoi nonni e suo padre. Non è precipitato mentre tirava sassi o bombe carta. Era disarmato. E mentre saliva faceva dell'informazione, raccontando in diretta per una radio ciò che stava accadendo. Tutto questo mentre un carabiniere-rocciatore (giuro che ero rimasto a quelli a cavallo con il pennacchio) saliva per raggiungerlo. Ma perché salire? Un funzionario della Digos sul posto dopo il fattaccio si è posto la stessa domanda. Perché tentare di catturare Luca Abbà con un inseguimento su un traliccio dell'alta tensione, costringendolo a cercare vie di fuga tra i cavi elettrici? A volte il "cielodurismo" di una divisa (nessuno si offenda, ma sono i fatti a dirlo) fa fare cose insensate. Pericolose. Come sparare da un lato all'altro dell'autostrada ad una macchina ferma. Tutti conosciamo il nome della vittima, ma del carabiniere che si è lanciato nella corsa verticale non abbiamo neppure un numero di matricola. Come sempre. Ci sono incidenti e incidenti. Questo volo da dodici metri non è da archiviare come uno normale. Basta la logica. Non serve Sherlock Holmes per capire che se nessuno avesse tentato di raggiungere Abbà, com'è dimostrato dai video, probabilmente ora sarebbe con gli altri attivisti No Tav a protestare contro gli espropri e non su di un letto di ospedale, in coma. Altri erano saliti sul quel maledetto traliccio. Lo dimostra la bandiera No Tav che sventola da mesi. E nessuno era rimasto folgorato. Un tempo gli anarchici volavano giù dalle finestre delle questure. Ora dai tralicci. Ma la sostanza non cambia: la verità è sempre la prima vittima in queste drammatiche vicende. Concludiamo ripensando a quel video pubblicato da "Il Fatto Quotidiano" e girato da "Servizio Pubblico" di Santoro. Fa male vedere il corpo di Luca circondato da agenti in borghese di polizia, uno armato di telecamera che filma lo strazio. Fa male vedere che l'ambulanza dopo 20 minuti non è ancora arrivata e fanno male le lacrime dei compagni, amici di Luca che chiedono "aiuto", mentre intorno a loro e al corpo di Abbà, continuano i lavori d'esproprio. Tutto questo non è altro che il simbolo di un capitalismo, di un Impero, che per raggiungere il suo scopo e profitto, va avanti, passando sopra le persone, che esse siano ancora vive o già morte. Come recita quello striscione, questa volta sarà difficile perdonare. |
Posted: 28 Feb 2012 07:48 AM PST da ecoblogPubblicato da Marina ![]() Grazie a Rosella Balestra del Comitato Donne per Taranto vi giro un po’ di foto dell’incendio che si sta consumando in queste ore all’Ilva di Taranto. Alcuni su Twitter cinguettano che le fiamme siano state già domate, ma attendo riscontri ufficiali. Incendio all’Ilva di Taranto ![]() ![]() ![]() ![]() Foto | Grazie alle immagini di Rosella Balestra, Sergio Sa, Giuseppe Carovigno, Giuseppe Chiloiro che stanno postando su Fb le foto in tempo reale. |










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