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giovedì 2 febbraio 2012

[contromaelstrom] Ad Aversa un museo degli orrori




Ad Aversa un museo degli orrori

by contromaelstrom
Non sono orrori di qualche film di fantascienza, nemmeno di pratiche perverse risalenti a tempi oscuri o territori lontani. È l’armamentario che ancora oggi si utilizza nei 6 manicomi criminali (Opg) ancora in funzione in questo “bel paese”. Pratiche infami proposte consapevolmente dalle classi dirigenti, orrori che fanno parte della nostra cultura di base, della nostra costituzione materiale, del nostri valori condivisi (condivisi della stragrande maggioranza di questa popolazione). Orrori di cui siamo tutti e tutte responsabili, baluardi della nostra “sicurezza”!
Si vedono pesanti catene di ferro, apparecchi coercitivi simili a strumenti per la tortura e le macchine per l’elettroterapia, il famigerato elettroshock. Sono strumenti  conservati in un museo nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa “Filippo Saporito”, in provincia di Caserta, che mostra a cosa vanno incontro i detenuti considerati “pazzi”.
La documentazione fotografica mostra decine di facce archiviate secondo la casistica delle teorie lombrosiane, diffuse nei primi anni del manicomio di Aversa, attivo dal 1876. L’ospedale, uno dei 6 sparsi per tutta Italia, che rinchiudono oltre 1500 persone, è stato più volte criticato per le condizioni disumane in cui vengono tenuti i prigionieri (“pazienti”) con un altissimo numero di suicidi e di “morti sospette”.
Attualmente a Aversa ci sono circa 190 reclusi, quasi tutti per piccoli reati, alcuni addirittura ufficialmente liberi ma che non hanno altro posto dove andare. C’è la speranza che il governo mantenga la sua parola che ha deciso che entro il 31 marzo 2013 gli ospedali psichiatrici giudiziari dovranno chiudere e tutti i detenuti trasferiti in strutture sanitarie regionali.
Guarda  qui  il video degli orrori
Breve storia della nascita dei manicomi giudiziari
Le drammatiche condizioni in cui versavano le carceri del Regno d’Italia, promiscuità e affollamento, violenze quotidiane, ed anche la pressione della corporazione medica, fecero da catalizzatore per l’affermazione della presunta “nuova scienza” che giungeva dalla Francia. L' «Antropologia criminale» con i suoi esaltati esperimenti d'oltralpe convinse i vertici della giustizia italiana di mettere mano a un progetto legislativo che autorizzasse, anche in Italia, l'apertura di manicomi criminali. Gli «antropologi criminali» assicuravano la società che questi istituti avrebbero risolto il problema della delinquenza e garantito la difesa della società, perché – affermavano – il delinquente è un anomalo, affetto da malattia mentale e, in quanto tale, oggetto di custodia, emarginazione e cura e non di semplice repressione
Il primo manicomio criminale a nascere fu Aversa nel 1876                                            Nel 1876, il direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena, Martino Beltrani Scalia, con un semplice atto amministrativo inaugurò la Sezione per “maniaci” presso l'antica casa penale per invalidi di Aversa, ospitata nel convento cinquecentesco di S. Francesco di Paola, adibito a luogo di culto fino al 1808. La Sezione per “maniaci”, la cui direzione fu affidata a Gaspare Virgilio (dal 1867 chirurgo delle case di penali per invalidi di Aversa), rappresentò il primo esempio di quegli istituti che qualche anno dopo furono denominati manicomi giudiziari, sperimentando così quegli "stabilimenti speciali per condannati incorreggibili". La sezione accolse un primo nucleo di 19 pazzi criminali.  In origine, e per diverso tempo, la sezione per “maniaci” accolse non solo i prosciolti per infermità mentale che presentavano un grado di pericolosità sociale, ma, soprattutto, soggetti impazziti durante la detenzione o detenuti in attesa di perizia. Nel 1907 la direzione del manicomio di Aversa passò a Filippo Saporito, alienista già allievo di Virgilio, mentre il nucleo iniziale dell'istituto andava ampliandosi inglobando alcuni edifici circostanti.
Montelupo Fiorentino 1886
Nel 1878 si svolse ad Aversa il secondo congresso della Società Freniatrica Italiana, durante il quale fu sollecitata l'istituzione dei manicomi criminali in tutto il territorio nazionale, richiesta ribadita anche nel successivo Congresso tenutosi nel settembre del 1881 a Reggio Emilia, i cui partecipanti chiesero che fosse approntato un apposito progetto di legge, di fatto presentato nell'aprile del 1884. Constatato che la sezione per maniaci di Aversa non era in grado di accogliere i pazzi criminali di tutto il Regno, e preso atto dell'elevato costo che il trasferimento di detenuti provenienti dalle regioni del centro e del nord della Penisola comportava, fu proposta l'apertura di un altro istituto situato in una località del centro Italia, salubre e abbastanza isolata da non arrecare disturbo agli abitanti del territorio. La scelta dell'edificio che avrebbe ospitato il nuovo istituto cadde sull'antica Villa Granducale dell'Ambrogiana di Montelupo Fiorentino, (centro che dista circa venticinque chilometri da Firenze) la cui costruzione risale al XVI secolo su progetto del Buontalenti. Situata a poca distanza dalla ferrovia comunicante con i principali snodi ferroviari, la sede offriva il vantaggio di consentire un rapido trasporto di detenuti da ogni carcere del Regno. L'antica Villa Medicea, per adeguarsi alle esigenze del nuovo uso, subì quindi delle modifiche. I lavori furono eseguiti in economia, utilizzando la mano d'opera di detenuti. Il nuovo manicomio criminale di Montelupo Fiorentino fu inaugurato il 12 giugno 1886.
Reggio Emilia 1892
Un terzo manicomio giudiziario entrò in funzione a Reggio Emilia. Ospitato in un vecchio convento del XVI-XVII secolo, un massiccio edificio a pianta quadrata, chiamato La Casa delle Missioni, situato nel centro storico della città, fu prima adibito a carcere per condannati affetti da vizio parziale di mente, quindi a manicomio giudiziario. Nel 1925 furono costruiti quattro padiglioni a un piano rialzato, disposti a quadrato, destinati a Sezione per minorati psichici. Nel 1991, a causa della fatiscenza della struttura, l'ospedale psichiatrico giudiziario è stato trasferito in un nuovo edificio.
Napoli S. Eframo 1923
Situato nel pieno centro di Napoli, la sede del quarto manicomio giudiziario fu un antico convento dei Padri Cappuccini già adibito a carcere giudiziario per adulti fino al 1920 e successivamente sede del primo istituto speciale per minorenni. Promotore e primo direttore fu il prof. G. De Crecchio. Giunto al carcere di S. Eframo nel 1912, con l'incarico di analizzare lo stato mentale di quei detenuti che presentavano disturbi psichiatrici o nervosi - allo scopo di accertarne la reale patologia o scoprirne l'intento simulatorio - De Crecchio istituì una apposita Sezione Antropologica e Medico-Legale, dove venivano inviati reclusi da tutto il regno. Nel 1921 la Sezione Antropologica Medico-Legale si trasformò in Infermeria Psichiatrica delle Carceri di Napoli e, infine, con decreto ministeriale del 1° luglio 1923, fu istituito il manicomio giudiziario di S. Eframo.
Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) 1925
Il manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, fu istituito con legge del 13 marzo1907. L'inaugurazione avvenne il 6 maggio 1925, alla presenza del ministro Guardasigilli fascista Alfredo Rocco e numerose autorità. Successivamente, con D. M. del 10 giugno 1945, al manicomio fu annessa una sezione per minorati psichici e con D. M. 1° febbraio 1969 una Casa di cura e custodia. Nel 1952, con disposizione ministeriale, fu istituito un centro clinico diagnostico per detenuti della Sicilia e della Calabria.

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Sans peur et sans reproches sous les bombes lacrymogènes, le 9 janvier 2009 (REUTERS/John Kolesidis).

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The dog stood guard over a line of protesters in December when students took to the streets to protest against a plan for policing at universities (Aris Messinis/AFP/Getty Images).

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[Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818, Amburgo, Kunsthalle]

[Vittorio Matteo Corcos, Sogni, 1896, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna]

༄ Pentiti di lusso. Ovverosia, Se non vivi come pensi, finirai col pensare come vivi. Anche

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“E nel periodo del cosiddetto ‘riflusso’ – come si disse con metafora mestruale azzeccata per una generazione già definita come ‘proletariato biologico’ – ho potuto osservare che i più furbi, gettato il colletto alla Mao alle ortiche, occuparono poi i migliori posti nelle Università, nelle televisioni e nelle amministrazioni pubbliche e private, e si comprarono la Bmw e la cocaina tipica dei ‘tossici integrati’ degli anni Ottanta, in attesa di collegarsi via Internet e gettarsi a capofitto nella superstrada dell’informazione, nel sogno di una supposta o suggerita comunicazione globale o liberazione tramite costose protesi elettroniche. Questo mentre i più stupidi fra quelli che volevano dare l’assalto al cielo finivano in cura dai guru per una buona terapia a prezzi popolari; e i più poveri finivano in cessi insanguinati, con l’ago nella pancia, in qualche angolo della metropoli rischiarato d’irrealtà. Non so se quella sessantottina sia la peggiore generazione di egoisti, di pentiti e di opportunisti e psicopompi che l’Italia abbia mai conosciuto. So però che volevano mandare al potere l’immaginazione, la loro immaginazione. E che molti han dovuto vedere le proprie buone intenzioni rovesciarsi in cattivi effetti. Che li consoli un po’ di buona letteratura. Kafka, per esempio: ‘Non ci fa tanto male ricordare le nostre malefatte passate, quanto rivedere i cattivi effetti delle azioni che credevamo buone’. […] E’ qui, a Milano trent’anni dopo, che inciampo ancora nel corpo del mio essere sociale, lo rivolto con la punta del piede e lo trovo splendidamente decomposto. Al punto giusto per ritornare verso le portinerie delle case dalle finestre munite di solide inferriate e lampeggianti segnali pronti a dare ancora l’allarme; e i videocitofoni e gli orologi e le telecamere agli angoli di certe strade del centro con le banche vigilate notte e giorno; e poi le scale e gli uffici delle amministrazioni e delle Ussl disinfettate all’alba, tutti i santi giorni, con impiegate in preda a sogni agitati ‘un attimino’ e burocrati, leghisti di mezza età o ex-compagni di un tempo sopravvissuti a tutti i cambiamenti, anche a Tangentopoli, seduti su poltroncine in pelle, anche umana, girevoli, che ti offrono un sigaro con un sorriso brillante come un getto di napalm…”, GIANNI DE MARTINO, I CAPELLONI, CASTELVECCHI, ROMA 1997.

༄ Fernanda Pivano & Allen Ginsberg

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Maghi della trasformazione socioculturale del Pianeta, libertà antidenaro anticompetizione antipotere antirazzismo anticonsumo antialienazione antinazionalismo antimilitarismo antiviolenza antiviolenza antiviolenza nella guerra nella società nelle istituzioni. (Incensi a Shiva e a Vishnu, incensi a tutti i morti e a tutti i vivi da sempre, incensi ai malati di cancro e di lebbra, incensi ai malati di pazzia e alienazione, incensi ai maghi guaritori di consapevolezze senza speranze).

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༄ La mia risposta all'invito, di François Guizot, liberale. s.f.

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"If I had to sum up the Woodstock experience I would say it was the first attempt to land a man on earth. [...] I'm flying high on adrenalin, excitement, no sleep, rock music, and pot. Using what I can find flying around, I write out every word by hand. The book is drawn and sung as much as it is written in an attempt to recapture the mess that was up in Woodstock and out there in the Pig Nation. I try to open the door to the mess that is in my head and yours...", Abbie Hoffman, Woodstock Nation.

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"The Beatles were the complete artist, complete vision, designed the whole package. The songs, the words, sang it, lived it. And there were four of them, and they were all very different, so it was a collective experience, communal art. That was important, and their playful attitude about whatever they did. We liked the idea of collapsing dichotomies between work and play, between what the straight Left would call serious struggle for social change, and play. If you're fighting for liberation, why shouldn't you enjoy it? If you crack some barriers made by the imprinting system of the acculturation process, it's sort of like removing the shades of bullshit that have been layered over your head. And it's a good feeling. So, in a way, the Beatles were messengers of a kind of truth. A new truth. A new way that we could all relate together", Abbie Hoffman (Ken Jordan, "I know we won". Abbie speaks - Reality Sandwich, may 7, 2007)

༄ Surréalistes


« Le surréalisme repose sur la croyance à la réalité supérieure de certaines formes d'associations négligées jusqu'à lui, à la toute-puissance du rêve, au jeu désintéressé de la pensée. Il tend à ruiner définitivement tous les autres mécanismes psychiques et à se substituer à eux dans la résolution des principaux problèmes de la vie [...] », André Breton « Manifeste du surréalisme », 1924, in « Œuvres complètes, tome 1 », Gallimard, Bibliothèque de La Pléiade, Paris, 1988, page 328 --- « Nous n'acceptons pas les lois de l'Économie ou de l'Échange, nous n'acceptons pas l'esclavage du Travail, et dans un domaine encore plus large nous nous déclarons en insurrection contre l'Histoire. », tract La Révolution d'abord et toujours, août 1925

༄ Arturo Schwarz, da Il Surrealismo, una filosofia della vita

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Un giorno mi è stato chiesto se il Surrealismo potesse essere italiano. Il Surrealismo non può essere italiano, così come non può essere francese, belga, tedesco o spagnolo. Dare al Surrealismo un luogo d’elezione geografico è già negarlo. Di che nazionalità era il primo surrealista, l’uomo che inventò la ruota? Essere surrealisti significa, in primo luogo, essere anarchici, con tutto ciò che il termine comporta, e cioè pura rivolta cosciente, rifiuto di ogni principio di autorità, di ogni sistema, di ogni gerarchia, di ogni violenza. Il Surrealismo, ricordiamolo, è amore, poesia, rivoluzione. Al pari del poeta, dell’innamorato, dell’alchimista, il surrealista è un paria, un solitario, anche quando milita in un gruppo, e allora lo stesso gruppo è un gruppo emarginato, fuori dal sistema, del quale nega le regole del gioco. La solitudine del surrealista è quella di Nietzsche e di Stirner, dove il confine tra solitudine ed egoismo è difficile da ritrovare. Perché l’amore del prossimo è operante solamente nella misura in cui il prossimo si ritrova nel Sé.. L’amore del Sé è il presupposto alla consapevolezza del Sé, e capire se stessi significa capire e amare l’altro. La trasformazione della società passa necessariamente dalla trasformazione dell’individuo; pensare l’inverso significa collocarsi in una prospettiva cattolica o marxista, per cui la felicità non è mai una realtà da conquistare per sé, ma una promessa per altri che dovrebbe realizzarsi in un ipotetico futuro, a patto, evidentemente, che si accetti di rinunciare oggi a quello che ci viene promesso per domani, esattamente come l’oste il cui cartello precisa: “Domani si fa credito”. L’egoismo del surrealista è individualismo - nel senso etimologico primo della parola “individuo” (in-dividuus), e cioè in-diviso: il surrealista aspira alla totalità, lotta per incarnare la lettera e lo spirito della rivoluzione, per essere verbo e azione, per conciliare il sogno e la realtà. Sui muri della Sorbonne una mano anonima aveva tracciato nel ’68: “Prendo i miei desideri per realtà perché credo nella realtà dei miei desideri”. Più che di Surrealismo - il termine implica già il concetto di scuola, di movimento organizzato - si dovrebbe parlare di surrealisti, o, meglio ancora, di spirito surrealista, così come si parla di spirito anarchico. Allora la domanda si formulerebbe in questi termini: possono esserci surrealisti italiani? Questa domanda mi ricorda il vecchio paradosso: “tutti i cretesi sono mentitori”.. Sono italiano e mi ritengo surrealista e anarchico. E non sono l’unico a esserlo. In Italia hanno operato e operano poeti e artisti che si richiamano al Surrealismo. Ricordo una conversazione con André Breton: egli pensava che non potesse esserci un Surrealismo italiano; i fatti e i tempi giustificavano questo pessimismo. Non esistevano in Italia né i precedenti letterari - il Romanticismo - né i precedenti storici - il primo atto dell’89 fu di tranciare le due teste dell’autoritarismo: nobiltà e clero. Quando il Surrealismo si sviluppava in Europa, l’Italia era ancora immersa nella notte onnivora del medioevo. Fascismo e clero soffocavano sul nascere ogni velleità libertaria. Almeno due generazioni furono inghiottite dalle tenebre dense quanto bastava per trattenere il sole dall’altra parte della terra, per ostacolare il sorgere della consapevolezza solare, premessa e condizione di ogni attività surrealista. Ricollocato in un contesto storico, il Surrealismo è l’espressione contemporanea della corrente nera del Romanticismo. Alberto Savinio scrisse un giorno amaramente: “Le correnti del Romanticismo hanno seguito in Europa l’itinerario delle cicogne. Nei loro viaggi periodici dall’Europa all’Africa e viceversa, le cicogne attraversano la Francia da una parte e la Penisola Balcanica dall’altra, ma, o non sorvolano affatto l’Italia, o la sorvolano in un numero molto ristretto” (citato a memoria). Ma se fossi una cicogna, come potrei difendermi in viaggio dall’impressione perniciosa che non mi sto dirigendo dove vorrei? (Breton). E questo ci aiuta a capire che il sillogismo del filosofo greco, “tutti i cretesi sono bugiardi”, non è paradossale quanto sembra. Le eccezioni confermano la regola. Il surrealista, che è l’Unico (nel senso di Stirner), nasce in qualsiasi situazione perché egli è il Ribelle per antonomasia. Ascolta il suono della luce che cambia. Surrealismo e Dadaismo sono gli unici movimenti dell’avanguardia storica che siano nati non per impulso dei pittori ma dei poeti: di poeti che erano teorici anche della pittura. Per i surrealisti e i dadaisti l’arte andava intesa come attività totale, sottratta alla distinzione di arte e vita, alla divisione del lavoro, all’opposizione di teoria e prassi, sogno e veglia ecc. Ricordiamo una delle più citate “insegne” del Surrealismo, quel verso di Lautréamont per cui “la poesia deve essere fatta da tutti e non da uno” (Lautréamont 1870, p. 119, trad. it. p. 327). Breton aveva fatto suo il materialismo esoterico della filosofia alchimistica. Per il Surrealismo la bellezza è ovunque. Questo atteggiamento ottimista è proprio del rivoluzionario. L’ottimismo dei surrealisti era pari alla disperazione per l’infamia dell’ordine sociale esistente. Alla domanda cosa resta del Surrealismo oggi, risponderei: tutto. Non ho in mente arte o poesia, cinema e teatro, fotografia o libri. Penso a una filosofia della vita, a uno stato d’animo, a una morale, una purezza, un bisogno di libertà.. Come dalla nozione di lotta di classe o di inconscio, dal Surrealismo non si può tornare indietro: col Surrealismo, qualcosa è successo per sempre. La rivolta, per la sua stessa natura, rifiuta ogni filiazione; non ci si bagna due volte nello stesso fiume, Breton è il primo a ricordarlo: “A venti o venticinque anni la volontà di lotta si definisce in relazione a ciò che si trova attorno a sé di più offensivo, di più intollerabile. Sotto questo aspetto, la malattia che il mondo manifesta oggi differisce da quella manifestata durante gli anni Venti. In Francia, per esempio, lo spirito era allora minacciato di congelamento, mentre oggi è minacciato di dissoluzione. Non si erano ancora prodotte tutte le incrinature che colpiscono sia la struttura del globo che la coscienza umana (penso all’antagonismo irriducibile dei due ‘blocchi’, ai metodi totalitari, alla bomba atomica). È del tutto evidente che una simile situazione richiede da parte della gioventù di oggi reazioni diverse da quelle cui ha potuto portarci un’altra situazione, nella nostra gioventù” (Breton 1952, p. 197). Le opzioni fondamentali del Surrealismo conservano tutta la loro carica eversiva perché esprimono le aspirazioni più profonde dell’uomo. Queste aspirazioni non cambiano ogni vent’anni, o venti secoli. Breton può quindi a buon diritto sostenere che la nascita di un movimento più emancipatore non infirma “in nulla le tesi fondamentali del Surrealismo sui piani della poesia, della libertà, dell’amore. Quello che deve essere ripensato in funzione di dati interamente nuovi è il problema sociale. In questo senso - e non può essere che a titolo d’indicazione di ciò che mi sembra giusto - ricordo che non ho avuto paura di tornare indietro oltre Marx e di preconizzare nella mia Ode à Charles Fourier un riesame di ciò che resta vivo nella sua opera” (cit. in Breton 1952, p. 197). Il Surrealismo, “nato da un’affermazione di fede senza limiti nel genio della gioventù” (Breton 1945, p. n.n.), ha visto riaffermare, proprio dalla gioventù, nelle giornate del maggio 1968, le sue opzioni fondamentali. Breton se n’era andato da poco più di un anno, eppure la sua presenza tra i giovani era più reale di quella di qualsiasi altro rivoluzionario. Questa mostra vuole essere anche un omaggio al pensiero e alle scelte di André Breton, lo straordinario veggente che Marcel Duchamp ricordò con queste parole: “Breton amava come un cuore batte. Era l’amante dell’amore in un mondo che crede alla prostituzione [...]. Egli ha incarnato per me il più bel sogno di giovinezza di un momento del mondo” (Parinaud 1966, trad. it. 1967, p. 46).

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