sabato 25 febbraio 2012
3
Wahrlich
Für Anna Achmatova
Wenn es ein Wort nie verschlagen hat,
und ich sage es euch,
wer bloß sich zu helfen weiß
und mit den Worten -
dem ist nicht zu helfen.
Über den kurzen Weg nicht
und nicht über den langen.
Einen einzigen Satz haltbar zu machen,
auszuhalten in dem Bimbam von Worten.
Es schreibt diesen Satz keiner,
der nicht unterschreibt.
Ingeborg Bachmann
1965
Veramente
Per Anna Achmatova
Se non è mai rimasto interdetto da una parola,
vi dico,
chi non sa che aiutarsi da sé
e con le parole -
non può essere aiutato.
Non sbrigativamente
né con l'aiuto del tempo.
Far durare una sola frase,
resistere alla fantasmagoria delle parole.
Questa frase non la scrive nessuno
se prima non la sottoscrive.
I
Как птица мне ответит эхо.
Б. П.
Умолк вчера неповторимый голос,
И нас покинул собеседник рощ.
Он превратился в жизнь дающий колос
Или в тончайший, им воспетый дождь.
И все цветы, что только есть на свете,
Навстречу этой смерти расцвели.
Но сразу стало тихо на планете,
Носящей имя скромное... Земли.
Анна Ахматова
1960
La morte del poeta
I
Как птица мне ответит эхо.
B. P.
Ieri una voce unica si tacque,
ci ha lasciati l'interlocutore delle selve.
Si è mutato nella spiga che dà vita
o nella pioggerella da lui cantata.
E tutti i fiori che ci sono al mondo
incontro a questa morte sono sbocciati.
Ma di colpo ci fu silenzio sul pianeta
che ha un modesto nome... Terra.
Anna Achmatova
traduzione di Carlo Riccio
Дороги превратились в кашу.
Я пробираюсь в стороне.
Я с глиной лед, как тесто квашу,
Плетусь по жидкой размазне.
Крикливо пролетает сойка
Пустующим березняком.
Как неготовая постройка,
Он высится порожняком.
Я вижу сквозь его пролеты
Bсю будущую жизнь насквозь.
Bсе до мельчайшей доли сотой
В ней оправдалось и сбылось.
Я в лес вхожу, и мне не к спеху.
Пластами оседает наст.
Как птице, мне ответит эхо,
Мне целый мир дорогу даст.
Среди размокшего суглинка,
Где обнажился голый грунт,
Щебечет птичка под сурдинку
С пробелом в несколько секунд.
Как музыкальную шкатулку,
Ее подслушивает лес,
Подхватывает голос гулко
И долго ждет, чтоб звук исчез.
Тогда я слышу, как верст за пять,
У дальних землемерных вех
Хрустят шаги, с деревьев капит
И шлепается снег со стрех.
Борис Пастернак
1958
Everything came true
The roads have weathered into gruel
And I must turn aside and go
And plash along a different path
And through the paste-ice, soft as dough.
A jay flies screeching overhead
Into a birch grove's emptiness
That, like an uncompleted building,
Uprears itself in nakedness;
And through its archways I can see
My whole life's future course lie bare
For all its small particulars
Are outlined and perfected there.
The snow-crust lies in layers where
I walk the wood unhurriedly.
And echoes give me their reply:
The way ahead grows clear for me.
In patches on the soaking loam
The bare earth is uncovering
While now and then, as seconds pass,
A bird keeps softly twittering
Her music, like a music box,
Until the forest overhears.
Relays it through its hollow throat.
And waits, waits, till it disappears;
Then long I hear how mile on mile
To distant signposts sounds still flow
Of crackling footsteps, dripping trees.
And from the eaves the splash of snow.
Boris Pasternak
Translated by Henry Kamen
Für Anna Achmatova
Wenn es ein Wort nie verschlagen hat,
und ich sage es euch,
wer bloß sich zu helfen weiß
und mit den Worten -
dem ist nicht zu helfen.
Über den kurzen Weg nicht
und nicht über den langen.
Einen einzigen Satz haltbar zu machen,
auszuhalten in dem Bimbam von Worten.
Es schreibt diesen Satz keiner,
der nicht unterschreibt.
Ingeborg Bachmann
1965
Veramente
Per Anna Achmatova
Se non è mai rimasto interdetto da una parola,
vi dico,
chi non sa che aiutarsi da sé
e con le parole -
non può essere aiutato.
Non sbrigativamente
né con l'aiuto del tempo.
Far durare una sola frase,
resistere alla fantasmagoria delle parole.
Questa frase non la scrive nessuno
se prima non la sottoscrive.
Ich erwähne das alles nicht, um ein Urteil über die einzelnen Dichter und ihre Irrtümer, ihre Einseitigkeiten zu verunmöglichen. Sondern um zu erinnern, wenn man sich heute desorientiert fragt, wie wohl das Neue, wie wohl das Austreten eines wirklichen Dichters und einer Dichtung zu erkennen sei. Es wird zu erkennen sein an einer neuen gesamten Definition, an Gesetzgebung, an dem geheimen oder ausgesprochenen Vortrag eines unausweichlichen Denkens.
Zeitlos freilich sind nur die Bilder. Das Denken, der Zeit verhaftet, verfällt auch wieder der Zeit. Aber weil es verfällt, eben deshalb muß unser Denken neu sein, wenn es echt sein und etwas bewirken will.
Ingeborg Bachmann, Fragen und Scheinfragen, Frankfurter Vorlesung, 1959
Menziono tutto questo non per rendere impossibile un giudizio sui singoli poeti e sui loro errori, sulle loro parzialità, bensì per ricordare, quando oggi ci si chiede, disorientati, come si possa riconoscere il nuovo, l'arrivo di un vero poeta e di una vera poesia, che li si riconosce da una nuova definizione globale, da una legge, riportando, implicitamente o esplicitamente, un pensiero ineludibile.
Senza tempo restano certamente solo le immagini. Il pensiero, ancorato al tempo, è reclamato dal tempo, ma siccome ne diviene succube, proprio per questo il nostro pensiero deve rinnovarsi, se vuole essere autentico e ottenere qualche effetto.
*
Смерть поэтаI
Как птица мне ответит эхо.
Б. П.
Умолк вчера неповторимый голос,
И нас покинул собеседник рощ.
Он превратился в жизнь дающий колос
Или в тончайший, им воспетый дождь.
И все цветы, что только есть на свете,
Навстречу этой смерти расцвели.
Но сразу стало тихо на планете,
Носящей имя скромное... Земли.
Анна Ахматова
1960
La morte del poeta
I
Как птица мне ответит эхо.
B. P.
Ieri una voce unica si tacque,
ci ha lasciati l'interlocutore delle selve.
Si è mutato nella spiga che dà vita
o nella pioggerella da lui cantata.
E tutti i fiori che ci sono al mondo
incontro a questa morte sono sbocciati.
Ma di colpo ci fu silenzio sul pianeta
che ha un modesto nome... Terra.
Anna Achmatova
traduzione di Carlo Riccio
*
Всё сбылосьДороги превратились в кашу.
Я пробираюсь в стороне.
Я с глиной лед, как тесто квашу,
Плетусь по жидкой размазне.
Крикливо пролетает сойка
Пустующим березняком.
Как неготовая постройка,
Он высится порожняком.
Я вижу сквозь его пролеты
Bсю будущую жизнь насквозь.
Bсе до мельчайшей доли сотой
В ней оправдалось и сбылось.
Я в лес вхожу, и мне не к спеху.
Пластами оседает наст.
Как птице, мне ответит эхо,
Мне целый мир дорогу даст.
Среди размокшего суглинка,
Где обнажился голый грунт,
Щебечет птичка под сурдинку
С пробелом в несколько секунд.
Как музыкальную шкатулку,
Ее подслушивает лес,
Подхватывает голос гулко
И долго ждет, чтоб звук исчез.
Тогда я слышу, как верст за пять,
У дальних землемерных вех
Хрустят шаги, с деревьев капит
И шлепается снег со стрех.
Борис Пастернак
1958
Everything came true
The roads have weathered into gruel
And I must turn aside and go
And plash along a different path
And through the paste-ice, soft as dough.
A jay flies screeching overhead
Into a birch grove's emptiness
That, like an uncompleted building,
Uprears itself in nakedness;
And through its archways I can see
My whole life's future course lie bare
For all its small particulars
Are outlined and perfected there.
The snow-crust lies in layers where
I walk the wood unhurriedly.
And echoes give me their reply:
The way ahead grows clear for me.
In patches on the soaking loam
The bare earth is uncovering
While now and then, as seconds pass,
A bird keeps softly twittering
Her music, like a music box,
Until the forest overhears.
Relays it through its hollow throat.
And waits, waits, till it disappears;
Then long I hear how mile on mile
To distant signposts sounds still flow
Of crackling footsteps, dripping trees.
And from the eaves the splash of snow.
Boris Pasternak
Translated by Henry Kamen
giovedì 23 febbraio 2012
Un'altra vita
Sono nato a Czernowitz. La mia lingua materna è il tedesco. Con i nonni, parlavo yiddish. Con i domestici, parlavo ruteno. Quando sono nato, Czernowitz era in Romania e si parlava rumeno. Così è stato fino a quando ho compiuto 8 anni. Quando è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, questo idillio con il tedesco di colpo si è infranto. Ci hanno messi nel ghetto e poi ci hanno trasferiti in un campo. Mi hanno separato da mio padre, mentre mia madre era già stata uccisa. E io, io sono rimasto solo. Ho deciso di fuggire dal campo. Ero biondo, sembravo un bambino ucraino. Mi ha adottato il mondo dei ladri e la guerra l'ho passata con loro.
Nel 1946 sono immigrato in Israele, avevo 13 anni e mezzo, senza educazione, senza genitori, senza lingua. Avevo tante lingue, ma tutte assieme non bastavano a comunicare. Eravamo come dei balbuzienti che parlavano la lingua del corpo, ma non quella della bocca. Ognuno cercava di esprimersi con quello che aveva. A poco a poco, abbiamo appreso l'ebraico. È stato un grande sforzo, far entrare una lingua articolata in modo diverso rispetto alle altre lingue che conoscevo. Il suo suono era quello di una lingua che impartisse degli ordini: "Avanti! Dormite! Mettete in ordine!" Suonava come se fosse nata dal mare, dalle sabbie che ci circondavano ad Atlit. Non è una lingua che scaturisca da sola, ma è come un riempirsi di ghiaia. Ho lavorato molto per imparare l'ebraico, come se avessi dovuto scavare una montagna. Ho cominciato a scrivere sulla mia vita, sul mio destino, sulla mia infanzia da orfano, sui miei genitori morti, sulla mia città perduta, sulle piccole cose che mi avevano circondato. E, così facendo, quando scrivevo in ebraico e mi sforzavo di adottare la lingua e tutte le sue espressioni idiomatiche, emergevano, di tanto in tanto, altre lingue. Queste interferivano con la mia scrittura. Ero obbligato a reprimerle perché non oscurassero le parole di altre lingue, alle volte dei mozziconi di parole, talvolta una frase, perché queste non emergessero. Era complicato, perché la maggior parte dei miei eroi sono degli immigrati. E, in effetti, parlano tedesco. Nella loro vita quotidiana, parlano tedesco, ma a casa mia parlano ebraico. Ogni immigrato porta con sé due lingue, due paesaggi, un mondo duale. L'immigrato non era accettato. Nel 1946, negli anni '40 e '50, il paese era ideologizzato, e l'ideologia richiedeva che si parlasse ebraico: "Dimentica, dimentica il tuo passato, dimentica la tua lingua materna, dimentica la tua personalità". Io e la mia generazione abbiamo represso tutto quello che era in noi e, su questa crosta, in superficie alla coscienza, abbiamo costruito un'altra vita, non legata al passato. A poco a poco, entrando nella creazione, ho saputo che niente di ebraico doveva essermi estraneo. Così, ho imparato l'yiddish. L'ho imparato anche per scacciare il tedesco. Vi sono dei motivi psicologici complessi. Provengo da una famiglia assimilata, e ogni famiglia assimilata aveva un'avversione per il proprio ebraismo. E l'yiddish era il simbolo dell'ebraismo. Per conoscere tutto ciò che è ebraico, ho imparato l'yiddish. Lo conosco bene, non alla perfezione. Lo leggo e posso scriverlo. Leggo la letteratura e la saggistisca in yiddish. Questa lingua mi è cara perché era la lingua dei miei nonni e perché ho visto la morte attraverso questa lingua. Ho visto vecchi ebrei, donne deboli, bambini alla soglia della morte, e tutti parlavano yiddish. Con il tedesco ho sempre avuto un rapporto ambivalente. Era la mia lingua materna, ma era anche la lingua degli assassini. Un uomo che perde la propria lingua materna resta infermo a vita. La lingua materna non si parla, essa scorre. Bisogna vegliare senza sosta che niente di straniero penetri nella lingua acquisita. Oggi non ho un'altra lingua. L'ebraico è la mia lingua materna. Sogno, scrivo in questa lingua. Ancora oggi ho timore di perderla. Alle volte, mi sveglio e questo ebraico, acquisito con così tanta pena, svanisce, sparisce. Cerco di recuperarlo e non ce la faccio.
Aharon Appelfeld
in Misafa Lesava (משפה לשפה - D'une langue à l'autre), un film di Nurith Aviv, 2004
mercoledì 22 febbraio 2012
Hiob
Der Tod
für Yvan Goll
Der Tod ist eine Blume, die blüht ein einzig Mal.
Doch so er blüht, blüht nichts als er.
Er blüht, sobald er will, er blüht nicht in der Zeit.
Er kommt, ein großer Falter, der schwanke Stengel schmückt.
Du laß mich sein ein Stengel, so stark, daß er ihn freut.
Paul Celan
La morte
per Yvan Goll
La morte è un fiore che fiorisce una volta sola.
Eppure fiorisce così, come lei niente fiorisce.
Fiorisce, appena vuole, fiorisce, ma non nel tempo.
Una grande falena che viene ad adornare esili steli oscillanti.
Mi lasci essere uno stelo, così forte da gioirne.
Paul Celan
A partire dagli anni '20, Yvan Goll aveva sempre di più privilegiato il francese. Negli anni dell'esilio americano, aveva provato a scrivere in inglese. Alla fine degli anni '40, gravemente malato di leucemia in un letto di una stanza d'ospedale a Strasburgo, deve aver sentito parlare alsaziano. È probabilmente così che, dal suo molteplice passato linguistico e dal suo molteplice passato identitario, in quel letto alsaziano, riemersero questo tedesco e questo Giobbe. A costo di ribadire una cosa di per sé evidente, un tedesco, si badi, che in quegli anni era in grado di trasformare un "Höre Israel" uguale a milioni di altri in un "Ascolta Israele" diverso da milioni di altri.
Hiob
I
Mondaxt
Sink in mein Mark
Daß meine Zeder
Morgen den Weg versperre
Den feurigen Pferden
Alte Löwen meines Bluts
Rufen umsonst nach Gazellen
Es morschen in meinem Kopf
Wurmstichige Knochen
Phosphoreszent
Hängt mir im Brustkorb
Das fremde Herz
II
Verzehre mich, greiser Kalk
Zerlauge mich, junges Salz
Tod ist Freude
Und nährt mich noch der Fisch
Des Toten Meeres
Leuchtend von Jod
In meinen Geschwüren
Pfleg ich die Rosen
Des Todesfrühlings
Siebzig Scheunen verbrannt!
Sieben Söhne verwest!
Größe der Armut!
Letzter Ölbaum
Aus Asiens Wüste
Steht mein Gerippe
Wieso ich noch lebe?
Unsicherer Gott
Dich dir zu beweisen
III
Letzter Ölbaum, sagst du?
Doch goldenes Öl
Enttrieft meinen Zweigen
Die segnen lernten
Im Glashaus meiner Augen
Reift die tropische Sonne
Mein Wurzelfuß ist in Marmor gerammt
Höre Israel
Ich bin der Zehnbrotebaum
Ich bin das Feuerbuch
Mit den brennenden Buchstaben
Ich bin der dreiarmige Leuchter
Von wissenden Vögeln bewohnt
Mit dem siebenfarbenen Blick
Yvan Goll
Giobbe
I
Ascia luna
Affonda nel mio midollo
Che il mio cedro
Domani sbarri la strada
Ai cavalli focosi
I vecchi leoni del mio sangue
Chiamano invano gazzelle
Mi marciscono in testa
Ossa tarlate
Fosforescente
Mi pende nel torace
L'estraneo cuore
II
Consumami, calcare senile
Rodimi, giovane sale
La morte è gioia
E mi nutre ancora il pesce
Del Mar Morto
Scintillante di iodio
Nelle mie ulcere
Curo le rose
Della primavera mortale
Settanta fienili bruciati!
Sette figli putrefatti!
Grandezza della povertà!
Ultimo ulivo
Del deserto asiatico
Si staglia il mio scheletro
Come mai vivo ancora?
Dio incerto
Per provare te a te stesso
III
Ultimo ulivo, dici?
Eppure olio dorato
Stilla dai miei rami
Che impararono a benedire
Nella serra dei miei occhi
Matura il sole tropicale
Il mio piede radice è abbarbicato al marmo
Ascolta Israele
Io sono l'albero dei dieci pani
Io sono il libro di fuoco
Dalle lettere in fiamme
Io sono il candelabro a tre bracci
Abitato da uccelli sapienti
Dallo sguardo iridato






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